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PORTO, GRAVE ERRORE DIVIDERSI SULLA PRESIDENZA

Ancora una volta la città arriva divisa ad un appuntamento istituzionale di enorme importanza per lo sviluppo e il futuro del territorio.

L’indicazione dei nomi per la presidenza dell’Autorità Portuale ha innescato una manifesta divisione fra gli enti a cui la legge attribuisce il compito di indicare i candidati. Comune, Provincia e Camera di Commercio si sono presentati a questo appuntamento in ordine sparso, ognuno con i propri nomi, in un clima che appare molto lontano dalla concertazione che invece dovrebbe essere ingrediente indispensabile proprio in un momento di crisi così profonda per Taranto e la sua provincia. Un territorio compatto ha una sua forza da far valere nei luoghi delle decisioni, a Bari come a Roma.

Un territorio diviso, invece, le decisioni le subisce. In questo caso il rischio che si corre è proprio questo: Regione e Ministero, facendo leva sull’assenza di unitarietà dei tre enti che rappresentano il territorio, potrebbero optare per soluzioni lontane dagli interessi autentici di Taranto e del suo porto. Sarebbe un fatto gravissimo del quale, però, la responsabilità ricadrebbe unicamente sulla incapacità dei nostri enti territoriali di dialogare fra loro e di farsi portatori di una visione d’insieme dello sviluppo del porto e del territorio. Alla Regione e al Governo andava data prova di compattezza per dimostrare di avere le idee chiare sul presente e sul futuro di questa terra. Puntualmente, invece, Taranto si è presentata carica di lacerazioni e priva di una visione unitaria dello sviluppo.

A parole si è sempre bravi a parlare di gioco di squadra; nei fatti, poi, continuano a prevalere altre logiche, ognuno agisce a dispetto degli altri, ognuno pensa al suo orticello da coltivare facendo passare in secondo piano gli interessi generali di Taranto e dei tarantini. A volte, addirittura, contro gli interessi stessi della città.

È stata buttata via un’altra occasione.

 

Emanuele Papalia

(Presidente Teichos)

Papalia a Renzi: «La Città nel CdA dell’Ilva»

Due miliardi per Taranto sono un segno tangibile di attenzione verso una città fin troppo trascurata dagli organi centrali negli ultimi anni. L’intervento del governo, per quanto perfettibile, mostra una nuova volontà di azione che finalmente dovrebbe contribuire ad imprimere una svolta in prospettiva per Taranto e per i tarantini. La tutela dell’ambiente, con le bonifiche e l’adeguamento degli impianti industriali, gli aspetti sanitari con il centro di ricerca per i tumori infantili, i fondi per il museo archeologico e per la riqualificazione urbanistica, rappresentano un modo adeguato per trasformare la soluzione di un grave problema in una opportunità di diversificazione dello sviluppo del nostro territorio.

Al governo e al premier Matteo Renzi va quindi dato atto della grande spinta verso il futuro: da una parte, infatti, si salva un’azienda che con i suoi circa quindicimila posti di lavoro resta il principale motore di reddito di questa provincia; dall’altro si punta sulla cultura per consentire alla città di emanciparsi dalla dipendenza dallo stabilimento siderurgico. Si evita quindi una catastrofe occupazionale che si sarebbe aggiunta al disastro ambientale e allo stesso tempo si offrono indicazioni concrete su nuovi modelli di crescita che, se ben perseguiti, possono davvero proiettare Taranto verso un futuro migliore in un ambiente più sano. Una scelta di buon senso, dunque, che supera i catastrofismi per mirare ad un percorso di sano pragmatismo. L’intervento dello Stato, del resto, sembrava effettivamente l’unico possibile per uscire dal guado nel quale Taranto era rimasta avviluppata, stretta fra una crisi aziendale che sembrava irreversibile e la urgente necessità di porre riparo ai guasti ambientali prodotti da una industrializzazione senza freni e controlli.

Il Contratto Istituzionale di Sviluppo, con un’unica cabina di regìa per dirigere gli interventi previsti, sembra uno strumento adeguato per affrontare questa nuova fase della storia di Taranto. Riteniamo però che un altro passo vada compiuto per dare a Taranto strumenti operativi per decidere di se stessa e per non essere più subalterna alla grande industria. Questo passo crediamo che sia l’ingresso di una rappresentanza istituzionale della città nel consiglio d’amministrazione dell’Ilva. Nei nuovi assetti societari la Città deve trovare un posto adeguato: per essere sentinella dei processi di riqualificazione e per essere determinante nelle scelte di una industria che per troppi anni ha vissuto senza un autentico scambio con il territorio che l’ha ospitata. Una presenza nei nuovi assetti sarebbe di garanzia per una città che ha fin troppo subito la presenza industriale spesso senza poter decidere autonomamente del proprio presente e del proprio futuro.

Questo è l’appello che rivolgiamo al Presidente del Consiglio: fare in modo che nel decreto di prossima pubblicazione trovi spazio una norma che preveda la presenza della Città nell’Ilva, non più per essere succube ma per proseguire insieme in un rinnovato e armonioso percorso di salvaguardia produttiva e occupazionale, da una parte, e di sviluppo eco-compatibile per il territorio, d’altra parte.

 

Emanuele Papalia

Presidente Teichos

RIPRENDIAMOCI LE CHIAVI DELLO SVILUPPO

RIPRENDIAMOCI LE CHIAVI DELLO SVILUPPO

A proposito di Ilva, Tempa Rossa e Porto

BASTA SPACCATURE, RIPRENDIAMOCI LE CHIAVI DELLO SVILUPPO

 

La manifestazione di Confindustria e la contromanifestazione dei gruppi ambientalisti dell’1 agosto ha messo in risalto, ancora una volta, la contrapposizione netta, la spaccatura profonda che esiste a Taranto sui temi della salute e del lavoro. Una lacerazione che si dispiega da almeno due anni a questa parte con toni sempre più esasperati ed aggressivi. È evidente però che questo scontro di ideali fino ad oggi non ha prodotto alcun risultato, né sotto il profilo della tutela della salute e dell’ambiente – visto che delle bonifiche non c’è neppure l’ombra e che le emissioni sono diminuite solo perché è diminuita la produzione – né sotto il profilo occupazionale e produttivo, visto che la disoccupazione è aumentata in modo vertiginoso, le aziende continuano a chiudere a ritmo impressionante e, soprattutto, non si intravede alcuna seria prospettiva di sviluppo per il territorio.

 

La politica, che dovrebbe essere il punto di sintesi e rappresentare lo slancio propositivo di una comunità, è del tutto assente.

 

La partita sul destino di Taranto si sta giocando su altri tavoli e sopra la testa dei tarantini. La città continua a fare da spettatrice e a farsi la guerra al proprio interno mentre altrove si prendono le decisioni. La politica continua ad essere latitante. Qualche giorno fa a Bari si è tenuto un importante workshop sul progetto Tempa Rossa. Erano presenti le istituzioni locali tarantine? C’era qualcuno a rappresentare Taranto e gli interessi della città a questo incontro? C’era chi avrebbe il compito di confrontarsi sulle garanzie  relative all’impatto ambientale e ai rischi di incidente rilevante? Non lo sappiamo. Sappiamo invece con certezza che protagonisti del workshop sono stati Eni e la joint venture Total-Shell-Mitsui, titolare del progetto Tempa Rossa, che con i suoi 1,6 miliardi di euro di investimento è considerata la più grande iniziativa industriale privata in corso in Italia. Come è noto, in questo progetto Taranto avrebbe solo un ruolo di mera movimentazione e stazione di stoccaggio al servizio del Centro Olio della Basilicata. E questo è il punto: Taranto cosa ci guadagna da Tempa Rossa? Offre lavoro e adeguate garanzie sotto il profilo dei rischi d’incidente e della salute? Ma, soprattutto, è un investimento utile ad un sano sviluppo del territorio? In quale visione strategica rientra? Domande alle quali si potrebbe rispondere se solo la politica in questi anni tormentati avesse elaborato un disegno di prospettiva per questa città. Invece nulla, si procede a tentoni, si vive alla giornata, senza una rotta chiara da seguire e quindi si entra in difficoltà quando ci sono grandi questioni come questa da affrontare. E in questa confusione e mancanza di idee è più semplice per chi è nella stanza dei bottoni decidere cosa fare sulla testa dei tarantini.

 

L’impressione è che di questo passo Taranto si presti a continuare ad essere terra di conquista senza mai imprimere una volontà autonoma ai percorsi di sviluppo che si vogliono intraprendere. Sempre di qualche giorno fa è la notizia – resa nota dalla Provincia di Matera – che il Ministero delle Infrastrutture ha approvato una proposta progettuale presentata dall’Autorità Portuale di Taranto per sviluppare nel nostro porto un sistema intermodale a servizio della Basilicata. Ferma restando la bontà dell’iniziativa, che senz’altro servirà ad arricchire i traffici del porto, resta la questione di fondo: la direzione dello sviluppo di questo territorio la decidiamo noi tarantini o ci rassegnamo a farcela dettare dall’esterno? A questa domanda dovrebbe essere la politica a dare una risposta. E risposte, al momento, non ne arrivano.

 

Emanuele Papalia

Presidente Teichos

CENTRO MAGNA GRECIA, UNA CHIUSURA INOPPORTUNA (COMUNICATO STAMPA)

La chiusura del centro sportivo Magna Grecia è un esempio di assenza di buon senso nell’amministrazione della cosa pubblica.

Da un giorno all’altro Taranto si è ritrovata priva di uno dei più frequentati centri sportivi della città. Centinaia di cittadini hanno perso il loro punto di riferimento non solo per le attività sportive ma anche per quelle socio-culturali, visto che il centro – uno dei pochi attrezzati in questo senso – ospitava decine di convegni ed eventi di promozione culturale.

In un colpo solo la città è stata privata di uno dei suoi più importanti luoghi di aggregazione e di svago e questo, di per sé, è già un fatto molto grave se consideriamo la povertà di impianti di questo tipo sul nostro territorio. Giovani e meno giovani, uomini e donne, non hanno più a disposizione la palestra per le attività ginniche e quei campi da tennis e da calcetto. Ai bambini – ai quali questa città riserva davvero scarsissime attenzioni – è stato sottratto un parco giochi importante,  soprattutto in questi mesi estivi in cui avrebbero maggiore bisogno di spazi protetti per i loro momenti ludici.

A pochi giorni dalla chiusura l’impatto alla vista è già devastante: la struttura, svuotata di ogni attrezzatura, senza l’abituale attiva presenza del personale che ci lavorava (ora rimasto disoccupato) e dei fruitori del centro, appare in un mortificante stato di abbandono. Con la chiusura imposta dall’amministrazione comunale, tutta la zona sembra piombata in una condizione di degrado, con riflessi negativi anche sul valore degli immobili (palazzi per abitazioni e locali commerciali) che sorgono intorno al centro sportivo. Una conseguenza della quale evidentemente nessuno ha tenuto conto. Grave, peraltro, che l’amministrazione non abbia considerato il depauperamento dello stesso proprio patrimonio immobiliare, visto che il centro sportivo rischia di restare abbandonato per mesi e mesi, alla mercè di chiunque, prima che venga espletata la nuova gara d’appalto per la sua gestione, sempre ammesso che esistano società disposte ad accollarsi quest’onere alle nuove e pesanti condizioni economiche previste dal bando.

Sarebbe bastata la diligenza del buon padre di famiglia per evitare tutto questo: sarebbe bastato consentire agli attuali gestori di proseguire nella loro attività fino ad aggiudicazione della nuova gara. In questo modo quella struttura comunale sarebbe stata salvaguardata, quel pezzo di città si sarebbe risparmiato questa improvvisa ondata di degrado, una ventina di operatori avrebbero mantenuto il  loro posto di lavoro, centinaia di cittadini – tra i quali, come detto, decine e decine di bambini – avrebbero potuto continuare ad avere a disposizione un luogo sicuro dove trascorrere le ore di svago. Tutto questo invece è stato cancellato con una scelta che ha dell’incomprensibile, ancora di più se si considera che proprio un anno fa la stessa amministrazione comunale aveva fatto riferimento proprio a queste problematiche per evitare la «traumatica chiusura» del centro e i relativi costi di vigilanza eventualmente da sostenere. A distanza di un anno quelle considerazioni evidentemente per il Comune non valgono più. Restano tutte, invece, le conseguenze negative per la città che di tutto ha bisogno tranne che della soppressione dei suoi luoghi migliori.